Postales de CUBA

"Para todos los amantes de Cuba" e non solo ...

“Perché molte persone vengono stregate da Cuba? 
Quali sono i suoi segreti e le sue bugie? 
Cos’è rimasto oggigiorno della sua famosa rivoluzione? 
Il popolo cubano è un popolo felice?

Ho viaggiato per mesi inseguendo queste domande, attraversando l’isola da occidente a oriente, dall’Havana fino a Baracoa, percorrendo autopiste e stradine di terra battuta, visitando città coloniali e centri universitari, camminato lungo spiagge puntellate di palme e vaste piantagioni di tabacco; ho dormito in case particular di santere ed in resort di famose catene turistiche; ho fatto lunghe attese per finire ammassato su bus sgangherati e sono salito su scintillanti Cadillac degli anni 50’ fermate per strada; ho chiacchierato ore con taxisti, studenti, professionisti, ho conosciuto artisti, partecipato a festival e a concerti evento.

Ne è nato un racconto per immagini, un taccuino su cui riflettere, ed un’unica consapevolezza: che a queste domande non potevo che rispondere con altre domande.  Ed erano domande che riguardavano me stesso e la società in cui oggigiorno viviamo.”

"Visitai per la prima volta Cuba con quattro amici. Avevo trentatré anni e quello era il mio primo vero viaggio oltre oceano, la realizzazione di un desiderio che avevo a lungo rimandato.

Arrivammo all’aeroporto dell’Habana verso le undici di sera di un giorno d’ottobre. Il mio primo ricordo è il caldo afoso all’uscita, la strana quiete che si respirava nel parcheggio dove ci aspettava il nostro autista. Caricammo i bagagli su una vettura degli anni 50’ piuttosto scassata che ricordava però i fasti passati: l’abitacolo era enorme, un piccolo salotto dall’eleganza perduta dove prendemmo comodamente posto prima che il motore scoppiettasse. “Eccomi finalmente qui…” pensai mentre scrutavo con la curiosità di un bambino quelle strade semideserte che ci portavano verso il cuore della città. Avevo lasciato Milano da meno di dodici ore ma adesso quel “mondo” era già un ricordo incredibilmente lontano. In maglietta, affacciato al finestrino, riassaporavo nuovamente l’estate, il suo soffio caldo carico di attese ed emozioni.

 

Quella notte, sballottati dal fuso orario, uscimmo subito senza meta. Ci trovammo a passeggiare per il Malecon, tra lo sciabordio del mare e il via vai di taxi che cercavano insistentemente di richiamare la nostra attenzione. Non si vedeva molta gente in giro, lo scenario sembrava piuttosto desolante. Passammo accanto ad alcuni palazzi in rovina, puntellati da travi in legno nel disperato tentativo di sorreggere ciò che rimaneva del loro passato glorioso, poi lasciammo quel lungo vialone e imboccammo Avenida Galiano. Davanti al Teatro America ci mettemmo a chiacchierare con i custodi notturni dello stabile che, con mio grande stupore, ci permisero di visitare l’interno dell’edificio. Erano probabilmente le due di notte quando entrammo nel suo immenso salone, avvolto nel silenzio e nella polvere del tempo. Sembrava un luogo surreale, dal fascino vagamente oscuro: tutto era grandioso, nell’opulenza tipica dell’art déco, ma come dimenticato, lasciato solo a ricordare se stesso.

Dopo quella visita inaspettata, galvanizzati, continuammo a camminare nella notte, alla ricerca di un locale accogliente. C’era nell’aria qualcosa di peccaminoso e menzognero nel quartiere dove eravamo finiti: scendendo lungo una scalinata mi imbattei in un demonio con i tacchi a spillo che mi passò accanto in maniera talmente sensuale da marcare ancora oggi il mio immaginario. Usciva da un locale presieduto da un buttafuori, nel quale entrammo per affacciarci appena: la festa, se mai c’era stata, era infatti già finita. Così risalimmo la scalinata e dopo una birra veloce in un chioschetto, vista l’ora, decidemmo di ritornare verso la nostra casa particular.

Camminammo per circa venti minuti lungo strade deserte e poco illuminate, in uno strano silenzio che non era mai vuoto – all’improvviso comparivano delle persone, un bicitaxi, delle ombre che si allungavano davanti a noi per poi scomparire. Spesso mi trovavo a fermare il passo per assaporare con più attenzione quanto mi circondava: ogni palazzo, ogni portone, trasudava storia, vita, sacrifici, passioni, menzogne: la bellezza dell’Havana si stava rivelando a miei occhi, una bellezza tragica da cui mi sentivo attratto ma anche intimorito.

Questa fu la mia prima notte all’Havana, la mia prima “fotografia” di Cuba. Giunto in stanza faticai non poco a prendere sonno: il ventilatore acceso, i piccoli rumori dalla strada, l’abbaiare di un cane… la città mi avvolgeva, continuava a farmi sentire la sua presenza, ed io già fantasticavo sul giorno dopo, già fremevo di diventarne partecipe. Allora ancora non potevo sapere quanto avrei amato e odiato quest’isola.  

 

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Nel mio vivere Cuba da “yuma” ho cercato per quanto possibile di lottare contro i cliché. Così è stato anche per questo piccolo libro fotografico. 

Di tutto quanto ho visto e vissuto durante i miei tre viaggi, non molto è stato catturato dalla mia macchina fotografica: non sempre mi accompagnava nel mio vagabondare, non sempre ero disposto a violare il momento che stavo vivendo.

Questo piccolo libro non ha quindi l’ambizione né l’arroganza di mostrare tutti i volti di Cuba, ma nasce dal desiderio di condividere alcune “cartoline” dell’isola, con la speranza che possano invogliare chi non la conosce a scoprire con i propri occhi la sua bellezza e le sue spine nascoste."

© 2018 Stefano Emanuele Ferrari

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